I nuovi europei hanno un conto aperto: le rimesse valgono 109 miliardi di dollari l’anno

Il denaro inviato dagli immigrati verso i Paesi d’origine sono una risorsa fondamentale per lo sviluppo. L’Italia al quinto posto tra le fonti

I fan “dell’aiutiamoli a casa loro” è bene che lo sappiano: quelli che davvero e più sostengono i Paesi in via di sviluppo sono i migranti stessi. Figli partiti via mare o via terra, oggi lavoratori, nuovi italiani che inviano 10,4 miliardi di dollari verso il Paese d’origine. L’Italia è la quinta provenienza nella classifica europea delle rimesse, del denaro spedito a casa da chi è andato a vivere altrove. In tutto, nel 2014 sono partiti dall’Europa 109,4 miliardi di dollari. Con la Russia in testa con 20,6 miliardi, seguita da Regno Unito (17,1), Germania (14), Francia (10,5) e appunto Italia. Sono soldi che per due terzi finiscono in un gruppo di 50 nazioni in via di sviluppo. Come argine alla povertà, ma anche per il sostegno all’agricoltura locale e dei piccoli, quella da cui passano tutte le sfide su nutrizione e sostenibilità.

Tre volte gli aiuti allo sviluppo

I dati sono stati presentati al Forum globale su rimesse e sviluppo, organizzato da IFAD e Banca mondiale a Milano. Possono dire poco, di per sé. Ma per avere un’idea basta pensare ai 150 milioni di abitanti del mondo che beneficiano dei soldi mandati dagli immigrati d’Europa. E basta pensare che le rimesse valgono tre volte il totale degli aiuti ufficiali allo sviluppo. «Sono già un motore fondamentale e un’opportunità per il futuro», dice Gloria Grandolini, senior director della World Bank. «E non è solo questione di quantità: un punto di forza delle rimesse è che sono stabili nel tempo. Per gli Stati più piccoli arrivano ad essere anche il 30 o 40 per cento delle entrate di capitali dall’estero. Servono come aiuto a consumo e risparmio. E anche come salvagente per gravi crisi o catastrofi ambientali».

Mobile first

L’evoluzione recente del settore è andata verso una strada principale: quella dei pagamenti via cellulare. I mezzi tradizionali per trasferire denaro – quelli del genere di MoneyGram e Western Union – sono ancora molto usati e rappresentano il 46 per cento delle rimesse globali. Ma gli ultimi anni sono stati quelli dei pagamenti via mobile, fatti spesso grazie ad operatori che permettono di saltare tutti i passaggi e di spedire denaro con pochi gesti. «Quello dell’inclusione finanziaria è un altro grande obiettivo – prosegue Grandolini – e vogliamo che entro il 2020 tutti possano aver accesso a un conto corrente o a una transazione finanziaria. Quello che ci porterà al successo non sarà il conto in banca tradizionale, ma il mobile banking e l’e-banking. Si dovrà lavorare su un sistema di regole che proteggano chi usa questi strumenti, sull’educazione finanziaria per tutti, sullo spazio per la concorrenza tra operatori».

Il nodo del prezzo

La concorrenza è un problema tutt’altro che secondario. Gli operatori attivi a livello globale sono tanti, ma alcuni Paesi sono coperti solo da uno o due servizi. E così il prezzo delle commissioni resta spesso più elevato di quanto dovrebbe. «È un’altra questione centrale – spiega Grandolini – e su questo fronte l’Italia è molto attiva fin dalla presidenza del G8 del 2009. Lì era stato promosso l’impegno per arrivare da commissioni del 10 per cento fino al 5. Oggi a livello globale siamo ancora al 7,7 per cento. Ma l’Italia è riuscita ad abbattere meglio i prezzi e si trova al 6,5».

Source: La Stampa

By: Stefano Rizzato

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